Platone

Il mito di Atlantide

Per capire quanto profondamente i miti platonici permeino la cultura occidentale, è interessante sapere che è nelle opere del nostro filosofo che, per la prima volta, viene menzionata Atlantide: capitale dell'isola leggendaria, situata nell'Oceano Atlantico. Nel corso dei secoli, il racconto platonico ha ispirato numerosi pensatori - ad esempio Francis Bacon (1561-1626) che scriverà nel rinascimento La Nuova Atlantide - e la sua eventuale esistenza è ancora oggi fonte di curiosità.

Il racconto della storia di Atlantide si trova nei dialoghi Timeo e Crizia: è proprio Crizia a raccontare questa leggenda che, secondo quanto ci dice il suo personaggio, avrebbe origine in Egitto.

Proponiamo la lettura di un passo del Timeo in cui si descrive la posizione geografica di Atlantide e il suo inabissamento nell'Oceano. Nel Crizia - dialogo incompiuto - Platone illustra invece l'organizzazione istituzionale di Atlantide, funzionale all'esposizione del suo pensiero politico.


UN'ISOLA IMPONENTE

«Molte e grandi sono le imprese della vostra città1 registrate qui da noi che suscitano ammirazione, ma una sopravanza tutte le altre per grandezza e valore: recitano infatti i nostri testi che la vostra città pose fine un tempo2 a una grande potenza che avanzava con arroganza su tutta l'Europa e l'Asia insieme, proveniente dall'esterno, dall'oceano Atlantico. Allora, infatti, quel mare lontano era navigabile, giacché vi era un'isola davanti allo stretto che voi chiamate, a quanto dite, Colonne d'Ercole3, e questa isola era più grande della Libia4 e dell'Asia5 insieme, e da essa era possibile ai navigatori di allora passare alle altre isole, e da queste all'intero continente che vi si trova di fronte e che circonda quel mare che è il vero mare6. Infatti, tutto ciò che si trova all'interno dello stretto di cui stiamo parlando7 sembra un porto che abbia un'entrata stretta; mentre, di là dallo stretto, quello è davvero mare, e la terra che lo circonda la si può chiamare con verità, e nel modo più proprio, continente. In questa isola Atlantide si era costituita una grande e straordinaria potenza regale, che dominava l'intera isola e molte altre isole e parti del continente; inoltre, all'interno dello stretto, dominava anche la Libia, fino all'Egitto, e l'Europa, fino alla Tirrenia.

LA FINE DI ATLANTIDE

A un certo punto, questa potenza, concentrate tutte le sue forze, tentò di sottomettere in un sol colpo la vostra terra, la nostra8 e tutte quelle al di qua dello stretto. Allora dunque, Solone, a tutti gli uomini si rese manifesta la potenza della vostra città, per il suo valore e la sua forza; [...] e impedì che fossero ridotti in schiavitù coloro che mai erano stati schiavi e liberò tutti noi altri che abitiamo all'interno delle Colonne d'Ercole9, senza nessuna eccezione. Nei tempi che seguirono, a causa di tremendi terremoti e catastrofi naturali, nell'arco di un solo giorno e di una sola notte terribili tutto il vostro esercito fu interamente inghiottito sotto terra, e la stessa isola Atlantide scomparve allo stesso modo sommersa dal mare; ecco perché anche adesso questo mare lontano è impraticabile e inesplorabile, giacché lo impedisce assolutamente il fango affiorante che l'isola ha prodotto inabissandosi».

Queste che hai ascoltato, Socrate, sono, per farla breve, le cose che raccontò Crizia il vecchio, per averle sentite esporre da Solone.

NOTE

1 L'antica Atene.

2 Il Crizia colloca il racconto novemila anni prima del tempo di Solone, quindi circa diecimila anni prima di Cristo. Il ricordo di queste gesta ateniesi si sarebbe perduto, in patria, a causa di diluvi e catastrofi di vario tipo che avrebbero "azzerato" la civiltà greca (questo è uno schema che torna spesso nelle opere di Platone).

3 Espressione antica per indicare quello che oggi conosciamo come lo stretto di Gibilterra.

Nell'antichità non si conosceva niente del contesto geografico oltre lo stretto: secondo numerosi studiosi questa collocazione basterebbe a negare qualsiasi validità storica al mito che sarebbe dunque inventato da Platone perché funzionale all'esposizione del suo pensiero. C'è chi dibatte, comunque, su quanto il racconto possa trarre ispirazione da eventuali leggende antiche, di cui in ogni caso non abbiamo traccia.

4 Si intende l'odierna Africa nord-occidentale.

5 Non si intende, naturalmente, l'intera Asia ma probabilmente il Medio Oriente. Nonostante ciò le dimensioni dell'isola su cui sorge la città di Atlantide sembrano davvero immense.

6 Che è, cioè, un oceano e non un mare chiuso e protetto come il Mediterraneo.

7 Cioè il mar Mediterraneo.

8 La «vostra terra» è l'Attica, in Grecia, la «nostra terra» è l'Egitto: Crizia riporta le parole di un sacerdote egizio (in Egitto i sacerdoti sono custodi della memoria storica e delle tradizioni).

9 Ovvero tutti coloro che vivono nel bacino del Mediterraneo, Egizi e Greci compresi.

PER INQUADRARE IL TESTO

Platone in questo mito allude a un continente circondato dalle acque che si trova dall'altra parte dell'Oceano Atlantico: dove oggi sappiamo trovarsi le Americhe. Atlantide non è il nome dell'isola, bensì il nome della sua capitale. Il nome deriva da quello di Atlante che, secondo i racconti di Platone è governatore dell'Oceano Atlantico e figlio del dio del mare Poseidone. Crizia, che sta parlando, riporta il discorso diretto tra il sacerdote e Solone, antico legislatore ateniese vissuto tra il VII e il VI secolo avanti Cristo. Egli ha udito il racconto da suo nonno, Crizia il vecchio il quale ha appreso la leggenda da Solone, che l'aveva a sua volta conosciuta in Egitto grazie a un sacerdote. Quello riportato da Platone è dunque, nella finzione narrativa, un racconto di "quarta mano".

PER CAPIRE

1. Qual è la più gloriosa delle imprese dell'antica Atene di cui hanno memoria i sacerdoti egizi?

2. Che cosa accade all'esercito ateniese dopo la sconfitta di Atlantide?

3. Secondo il sacerdote, perché ai tempi di Solone l'Oceano Atlantico non è navigabile?

PER RIFLETTERE

4. Seguendo le indicazioni geografiche di Crizia su dimensioni e posizione, disegna sulla mappa dell'Oceano Atlantico l'isola sulla quale sorge Atlantide.


[Platone, Timeo, 17a-27b, trad. di F. Fronterotta, Rizzoli, Milano 2003]





L'autore

Platone nacque ad Atene nel 428/427 a.C. da famiglia aristocratica, cioè da padre discendente del re Codro e da madre parente del legislatore Solone. Zio di sua madre era poi il sofista Crizia, che fu, come abbiamo visto, uno dei Trenta tiranni. Il vero nome di Platone era Aristocle, ma egli fu chiamato Platone a causa della larghezza delle sue spalle o dell'ampiezza della sua fronte (platùs in greco significa infatti «largo»). La nobiltà della famiglia lo predestinava alla carriera politica, perciò Platone fu subito avviato a un'educazione adatta a questo scopo, quale poteva essere offerta in Atene dai sofisti. Egli entrò pertanto a far parte del gruppo degli amici di Socrate, che era comunemente considerato un sofista, cioè un maestro di arte politica, ed era già in contatto con personaggi del partito aristocratico, o oligarchico, quali Crizia e Alcibiade. Secondo Aristotele, Platone frequentò in giovinezza anche l'eracliteo Cràtilo: la notizia non trova altre conferme, ma si può supporre che sia attendibile, dato che Aristotele fu per quasi vent'anni in stretto contatto con Platone e dunque dovette essere bene informato su di lui.
Ma l'insegnamento che più di ogni altro lasciò il segno su Platone fu quello di Socrate. Alla sua influenza si deve infatti la rinuncia di Platone a entrare nella vita politica con posizioni di responsabilità durante la tirannia dei Trenta (404 a.C.); l'occasione sarebbe stata la più propizia per il suo esordio: i Trenta avevano infatti stabilito in Atene, con l'appoggio dell'esercito spartano del generale Lisandro, vincitore della guerra del Peloponneso, un governo di tipo oligarchico, verso cui doveva naturalmente propendere Platone, dato il rango sociale della sua famiglia. Di essi inoltre faceva parte Crizia, prozio di Platone, che poteva senz'altro assicurargli il suo appoggio. Ma - narra l'autore della Lettera VII, che dichiara di essere lo stesso Platone - il clima di terrore instaurato dai tiranni, con le confische, gli esilii e le condanne a morte degli esponenti del partito democratico, fecero apparire a Platone il nuovo governo peggiore dell'antico e quindi egli si rifiutò di parteciparvi. Quando i Trenta furono rovesciati e si instaurò in Atene un governo democratico moderato, capeggiato da Trasibulo, Platone ebbe di nuovo la possibilità di entrare nella vita politica, ma un evento tragico gli tolse definitivamente ogni fiducia nella democrazia ateniese: la condanna a morte di Socrate (399 a.C.), voluta dai rappresentanti del partito democratico. Sconvolto dalla morte di Socrate, Platone lasciò Atene e si dedicò a una serie di viaggi, che lo portarono prima a Megara, dove insegnava un altro scolaro di Socrate, Euclide, poi a Cirene, dove insegnava Aristippo, e forse anche in Egitto, dove Platone ebbe modo di conoscere la cultura e i miti di quel paese di antichissima civiltà. Durante questi viaggi egli constatò che nessuna città era governata bene e si convinse, da buon socratico, che la più importante condizione per governare bene era quella di sapere che cosa fosse il bene, quindi che il governo doveva essere esercitato da coloro che sanno, vale a dire dai filosofi.
Una situazione del genere esisteva, come sappiamo, in Italia, precisamente a Taranto, dove la città era governata dal gruppo dei pitagorici riuniti intorno ad Archita. Platone si recò dunque a Taranto, dove conobbe Archita, e di qui passò in Sicilia, a Siracusa, dove era al governo il tiranno Dionisio il Vecchio, che aveva fatto di quella città la maggiore potenza del Mediterraneo (389/388 a.C.). Platone rimase però disgustato dalle prepotenze e dagli arbitrii del tiranno, oltre che dai vizi e dalle dissipazioni degli abitanti di Siracusa. L'unico aspetto positivo di quel soggiorno fu l'incontro con Dione, cognato di Dionisio, con cui Platone strinse una profonda amicizia. Quando Platone rimproverò a Dionisio il suo modo di governare, questi lo cacciò da Siracusa e lo fece vendere schiavo a Egina, dove il filosofo fu riscattato da Anniceride di Cirene e quindi poté tornare ad Atene.A questo punto Platone concepì un altro modo di intervenire nella vita politica, diverso dalla partecipazione diretta: la formazione dei futuri uomini politici. Acquistò pertanto un terreno presso un famoso ginnasio situato nel giardino dedicato all'eroe Academo e vi costruì un santuario alle Muse e alcuni locali di abitazione, avviando in essi una scuola che prese il nome di Accademia. In essa raccolse una serie di personaggi di ogni regione della Grecia, destinati a ricoprire importanti ruoli politici nelle rispettive città: anzitutto Dione, cognato del tiranno Dionisio di Siracusa, poi Erasto e Corisco, che in seguito avrebbero partecipato al governo della città di Asso in Asia Minore, poi Eufreo di Oreo, consigliere del re macedone Perdicca, Aristonimo, Formione e Menedemo, anch'essi consiglieri di governanti, gli ateniesi Iperide, Cabria, Licurgo e Focione, tutte personalità di rilievo. È verosimile che con essi Platone si intrattenesse in conversazioni educative, simili ai dialoghi socratici, su temi etici e politici. Ma, grazie alla convinzione ereditata da Socrate, secondo cui la virtù presuppone la scienza, Platone dovette anche sviluppare vere e proprie indagini scientifiche, specialmente nel campo della matematica e dell'astronomia. Per un certo tempo, infatti, furono membri dell'Accademia illustri matematici e astronomi come Eudosso di Cnido, Eraclide Pontico e Filippo di Opunte, nonché il medico siciliano Filistione. Si tramanda, poi, che della scuola fecero parte anche un Caldeo (probabilmente esperto in astronomia) e una donna.Nell'anno 367 morì a Siracusa il tiranno Dionisio e gli succedette nel governo della città il figlio, detto Dionisio il Giovane, il quale, per suggerimento di Dione, pensò di assumere come suo consigliere politico Platone, che invitò a venire presso di sé. Platone accettò l'invito e, benché ormai sessantenne, si trasferì a Siracusa, probabilmente intravvedendo finalmente la possibilità di tradurre direttamente in pratica il suo progetto di unire la politica alla filosofia. Si dice, infatti, che alla corte di Dionisio egli avesse introdotto lo studio della geometria, da lui considerata necessaria per la formazione dei filosofi e quindi dei politici. A causa, però, di alcuni dissidi sorti fra Dionisio il Giovane e Dione, sospettato di insidiare il potere del tiranno, e del conseguente esilio di Dione, Platone perdette ben presto la speranza di influire su Dionisio e dopo tre anni di soggiorno a Siracusa, nel 364, deluso, tornò ad Atene e riprese il suo insegnamento nell'Accademia, dove nel frattempo era entrato il giovane Aristotele.
Ma Dionisio non si rassegnò a fare a meno dei consigli di Platone e del prestigio che da questi gli derivava, e dopo altri tre anni, cioè nel 361, richiamò Platone a Siracusa, mandando ad Atene una trireme per prelevarlo. Platone non seppe resistere al desiderio di tentare ancora una volta la realizzazione del suo progetto e, a sessantasei anni, si mise nuovamente in viaggio. Arrivato a Siracusa in compagnia di alcuni allievi, tra cui il nipote Speusippo, egli decise di forzare i tempi dell'educazione di Dionisio e gli espose subito tutta la sua filosofia. Il tiranno non solo credette di essersene impadronito alla perfezione, ma addirittura la mise per iscritto in un trattato, presentandola come propria e fraintendendola gravemente. Inoltre si rifiutò di richiamare Dione dall'esilio. Per tutti questi motivi fra lui e Platone sorse un conflitto, in seguito al quale il filosofo fu consegnato ai mercenari e rischiò di essere messo a morte. Fu solo per l'intervento del pitagorico Archita che Dionisio lasciò libero Platone, il quale ritornò definitivamente ad Atene nel 360. Qualche anno dopo Dione, raccolto un esercito, occupò Siracusa (357), ma fu ucciso da uno dei suoi amici, che era stato a sua volta discepolo di Platone, così che questi scrisse la Lettera VII agli amici di Dione per spiegare la sua estraneità alla congiura, e Dionisio riprese la città (353). Nemmeno negli ultimi anni della sua vita Platone abbandonò il suo interesse per la politica: l'ultima sua opera furono infatti le Leggi, un dialogo di ben dodici libri, nei quali si propone una legislazione per una città realizzabile. L'opera rimase incompiuta per la morte del filosofo, avvenuta nel 348/347 a.C., all'età di ottant'anni.
Gli scritti di Platone giunti sino a noi sono: l'Apologia di Socrate; una raccolta di 13 lettere e 34 dialoghi, tra cui i principali sono: Critone, Gorgia, Fedone, Convito, Repubblica, Fedro, Teeteto, Parmenide, Timeo, Leggi.